Il “gioco” dell’angelo

Più che gioco, è una presa in giro.

In preda all’indignazione, sento che devo mettere in guardia da questo libro. Il gioco dell’angelo è il libro che ho dovuto leggere in questi giorni in spagnolo. E’ uscito anche in lingua italiana, perciò attenzione.

Il Nostro, è un ragazzo che ha avuto una infanzia difficile. Dopo varie vicissitudini diventa uno scrittore (sotto pseudonimo, pubblica una serie dal nome “La città dei maledetti”…) e si stabilisce in una vecchia casa che, guarda il caso, era abbandonata da 20 anni ma lo aveva sempre attratto. Fin qui, sembra una storia molto noir che può stare in piedi. Intendiamoci, non ho nulla contro il fantastico come genere, anzi. Non mi aspettavo per forza una storia gotica come quelle di Ann Radcliffe, in cuiatmosfere e situazioni misteriose trovavano una spiegazione razionale. Ammetto che mi sarebbe ardentemente piaciuto, soprattutto mentre mi avvicinavo alla conclusione, trovare delle spiegazioni.  Non volevo per forza una spiegazione a tutto. Ma dal lasciare il lettore col dubbio, a lasciarlo con lacune che minano la comprensione del testo…

Ho anche temuto in più punti di girare la pagina e scoprire che tutto quello che avevo letto era solo una specie di sogno, o delirio. Non è stato così apparentemente, ma lo avrei preferito. Avrei preferito, perchè almeno in questo modo, nel mondo del sogno, tutto poteva essere ammissibile, anche le incongruenze e i fatti non legati o spiegati. Invece, pare, si insiste fino alla fine nel far credere che tutto sia accaduto in un mondo reale.

Una malattia mortale che sparisce dopo un “sogno”, un storia d’amore ovviamente tormentata, un sospetto editore, un libro “maledetto” quanto il suo autore apparentemente morto in circostanze mai chiarite del tutto, una scia di omicidi che seguono il protagonista ovunque passi nella sua ricerca della soluzione del mistero…

Soluzione del mistero che non sperate di avere del tutto. Ho l’impressione che non sapesse più come uscire dalla matassa che aveva creato. Alla fine del libro, ho come l’impressione che siano state lasciate all’interpretazione del lettore un po’ troppi episodi. Concordo sull’idea del libro aperto, concordo sul fatto che il lettore debba saper leggere tra le righe, e riempire con la sua immaginazione il testo. Ma è anche vero che deve essere lo scrittore a farlo, ad indirizzare e limitare l’immaginazione. In questo caso bisogna fare un certo sforzo per immaginare la spiegazione dei fatti, e non si è certo convinti poi di aver compreso.

Il finale sembra un film già visto. Combattimento su una funivia sospesi nell’aria, un proiettle che non raggiunge l’obiettivo perchè coperto da un libro…morti che non sono morti, torce umane, case in fiamme, la fuga dalla città…e il sovrannaturale di nuovo che risolve tutto. Immortalità, ricompaiono personaggi che sono come entità, di sicuro però non angeliche, e una bambina. Dal nulla. Probabilmente sta a significare la rinascita. Un po’ “amaro” come regalo finale al nostro protagonista.

Ha un solo pregio. La scrittura è scorrevole, alcune scene sono abbastanza ben riuscite e d’effetto, anche se sanno di già visto o letto. Per quanto riguarda i dialoghi, son passabili alcuni con certe punte di ironia, però si arriva spesso a dialoghi pseudo-filosofici e religiosi che stentano davvero a convincere con le loro argomentazioni.  Le descrizioni sono in alcuni tratti inutili e davvero si potevano evitare. Due pagine sul come il protagonista è uscito a comprare due biglietti del treno erano eccessive, per esempio…o il numero righe che impiega per passare da una via all’altra della città.  Capisco il desiderio di dare un senso di realtà, ma le descrizioni erano davvero ridondanti in certi punti. Sono però abituata a leggere libri con descrizioni di ambienti dettagliate, e la cosa non mi avrebbe spaventato di per sè. Armand the Vampire di Anne Rice da questo punto di vista era ben superiore, si avvicinava quasi ad un trattato di arte senza immagini, però se non altro le immagini che evocava servivano a creare atmosfera.  In molti punti, le descrizioni passo passo dei movimenti del protagonista e di quel che vedeva, erano eccessive. Salvo la parti riguardanti il personaggio di Isabella, un personaggio ben riuscito, che dà ironia e un barlume di buon senso nel mondo del protagonista.

L’autore non nasconde neanche le sue influenze per quelle che dovrebbero essere le sue scene macabre o situazioni di suspance. Son citati ad esempio Stoker ed Allan Poe. Senza troppa presunzione, direi però che deve rileggere le lezioni di Poe. L’effetto maggiore si raggiunge in racconti che si leggono in poche ore, una serata. Altrimenti l’atmosfera si perde, e la magia del racconto fantastico svanisce per lasciare posto solo ad una storia che manifesta tutte le sue incongruenze. Credo che sia successo questo in 600 pagine. Credo che da una serie di avvenimenti così articolati, un libro che si svolge come una indagine, ci si aspettasse qualcosa di più. Alcune scene sono ben costruite e d’effetto, ma si perdono nel tutto. La conclusione, affidata completamente al sovrannaturale, non soddisfa per nulla.

Forse non mi sono lasciata sconvolgere da quelli che volevano essere audaci discorsi religiosi.

Forse avevo già ampiamente letto la letteratura gotica e successori come Poe o Stoker, e non mi han colpito particolarmente le scene.

Forse avendo letto alcuni romanzi di Sherlok Holmes o della Christie, son rimasta delusa da questo libro che si svolge come una indagine, una ricerca di qualcosa che neanche il protagonista sa bene cosa sia, e non arriva a conclusione.

Ed il peggio, è che la trama di fondo ed alcune ambientazioni non sono neanche originali. Sì, è quasi un auto-plagio del suo precedente libro. Successone che non ho avuto la fortuna di leggere. Il filo di collegamento  è un luogo dove vengono “sepolti” i libri dimenticati. In comune i due romanzi hanno il fatto che il protagonista sia amante dei libri, alcuni personaggi e situazioni. E’ come se avesse deciso di sfruttare di nuovo la formula del suo precedente successo ed imbastirla con qualche elemento diverso. Cito dal libro, senza voglia di tradurlo “Un escritor nunca olvida la primera vez que acepta unas monedas o un elogio a cambio de una historia”. Forse lui lo ha ricordato fin troppo bene. Son convinta che la sua precedente opera La sombra del viento, meritava. Ne son certa perchè sicuramente era opera più genuina, e non riciclata come questa.

In conclusione, è un libro che tenta di creare atmosfera e mistero, mescolando diversi generi. Non soddisfa a mio parere nessun amante dei diversi generi in questione. Si lascia leggere, è ben scritto, ma delude nel finale. Tanto che non valeva la pena di arrivare a leggerlo.  Ovviamente questa è la mia opinione personale, come esisteranno invece tantissime persone che saranno invece rimaste affascinate da questo libro. Io non vi ho trovato nulla che mi abbia colpito, ed il finale mi ha completamente deluso.

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2 Responses to “Il “gioco” dell’angelo”

  1. martina Says:

    ciao :)
    sono capitata qui nella speranza di riuscire a capire se ero l’unica ad essere rimasta con preziosi interrogativi sul libro di zafon.
    mi trovi completamente d’accordo con te. su ogni sacrosanto punto.
    mi metto l’anima in pace, smetterò con le domande e mi faccio una ragione all’assenza di spiegazioni quantomeno vicine alla razionalità…
    una sola cosa….in comune all’Ombra del vento, questo libro ha il figlio di isabella e sempere junior….infatti daniel è proprio protagonista del romanzo precedente….

    scusa l’intrusione…
    un bacio

  2. sephi Says:

    Ti assicuro che non siamo le uniche ad essere rimaste deluse da questo romanzo. Le recensioni sono quasi tutte di elogio allo stile di questo autore, ma tra i “comuni mortali” non del settore che l’hanno letto è rimasta solo perplessità. All’esame eravamo in parecchi a portare questo libro, molti perchè avevano adorato L’ombra del vento, eppure se ci confrontavamo, provando a ripetere la trama, a spiegarla…avevamo tutte dei grossi punti interrogativi sulle teste e alla fine si concludeva con un “boh…”. Persino le professoresse, di cui una madrelingua, han detto che questo secondo libro “non si capiva tanto”. E’ un libro scritto bene, tutto qui, ma l’autore non sapeva bene dove andare a parare. Fare un mattone di 600 pagine senza trama plausibile, e che neanche affascina così tanto da farti dimenticare della plausibilità delle situazioni, non lo definirei un successo…

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